Arabella, Custode dell'Ombra
Sono tornata a Orvieto quando il silenzio ha ricominciato a pesare. Non è stato un richiamo improvviso, né una voce chiara come quella di Roma. È stato qualcosa di più subdolo, più intimo: una fessura nell’abitudine, una notte in cui il sonno ha ceduto senza motivo, una sensazione di attesa che non aveva più pazienza. A una certa età si impara a riconoscere questi segnali. Il corpo mente, la mente razionalizza, ma l’ombra… l’ombra no. L’ombra sa.
La rupe mi apparve all’alba, scura e immobile come un animale antico che finge di dormire. Orvieto non cambia davvero: mutano i volti, le voci, le insegne; ma la pietra resta, e ricorda. Quando misi piede sul selciato ebbi la netta percezione di essere tornata non in un luogo, ma in una memoria che mi stava aspettando.
Ero una donna matura, ormai. Le mani segnate, lo sguardo più lento, il cuore meno incline all’illusione. Avevo amato, perso, custodito. Avevo taciuto più di quanto avessi parlato. Eppure, mentre salivo verso casa, sentii quell...