Domenico Valiani e il palazzo di famiglia

Orvieto, 1920

Il vento soffiava tra le vie di Orvieto come un lamento antico. Il Palazzo Valiani si stagliava sulla città, un gigante di pietra scolpito dal tempo, silenzioso e imponente. La luna illuminava la sua facciata con un bagliore spettrale, facendo danzare le ombre sulle mura come presenze in attesa.

Mi avvicinai alla porta d'ingresso con un senso di inquietudine. Ero cresciuta tra queste stanze, eppure quella notte il palazzo sembrava diverso, quasi… vigile.

Attraversai il vestibolo e mi incamminai lungo i corridoi, il suono dei miei passi attutito dagli antichi tappeti. L'aria era densa di polvere e ricordi, e ogni angolo sembrava celare un frammento della storia della mia famiglia. Ma io sapevo che non era una storia qualunque.

Avevo trascorso giorni a esaminare vecchie carte, lettere ingiallite, mappe consumate dal tempo. Ogni indizio mi conduceva a un'unica conclusione: mio avo Domenico non aveva costruito il Palazzo Valiani per mero prestigio. C'era un segreto nascosto tra queste mura, un mistero che nessuno aveva mai osato svelare.

E quella notte, decisi che sarei stata io a farlo.

Spinsi la porta della biblioteca. L'odore del cuoio e della carta antica mi avvolse, un profumo familiare e rassicurante. Ma il mio cuore batteva forte mentre mi avvicinavo agli scaffali.

Sapevo cosa cercare.

Le dita sfiorarono il dorso di un vecchio volume rilegato in pelle. Quando lo estrassi, un sottile strato di polvere si sollevò nell'aria. Lo aprii con mani tremanti e iniziai a leggere.

"La pietra fondamentale di questo palazzo non è solo la roccia di Orvieto. Non è solo l'architettura. È il sigillo. E io, Domenico Valiani, sono il custode di un segreto che deve rimanere celato per le generazioni a venire. Il Palazzo Valiani è la nostra protezione. Il Sole Nascente è la chiave che aprirà ciò che non deve essere aperto."

La mia pelle si è aggrappata.

Il palazzo non era solo un simbolo di potere, ma una sorta di barriera, una gabbia. Protezione da cosa?

Un fruscio alle mie spalle mi fece trasalire. Mi voltai di scatto, ma non c'era nessuno. Solo il tremolio della fiamma della lanterna, che proiettava ombre instabili sulle pareti.

Chiusi il libro con un tonfo sordo e mi diressi verso il punto in cui sapevo si trovava la risposta definitiva: la stanza segreta di Domenico.

Percorsi il corridoio più antico del palazzo, quello che nessuno percorreva mai. Le pietre sembravano stringersi attorno a me, come se il tempo stesso volesse fermarmi.

Arrivai davanti a una parete apparentemente anonima. Inspirai profondamente e passai le mani lungo la superficie fredda della pietra.

Poi, un suono metallico.

Un piccolo meccanismo scattò, e la parete si aprì. Davanti a me si spalancò un passaggio oscuro.

Avanzai lentamente, il cuore che martellava nel petto. La stanza segreta era piccola, polverosa, ma colma di oggetti che raccontavano secoli di storia. In un angolo, annotai una cassa di legno chiusa da un'antica serratura.

La aprii con mani tremanti.

All'interno c'era una scatola di ferro scuro, decorata con simboli incisi. Aprii il coperchio e rimasi senza fiato.

Una chiave d'oro.

Accanto ad essa, un biglietto.

"La chiave aprirà la porta che non deve essere aperta. Non seguirlo. Non dimenticare ciò che è stato giurato. Il Sole Nascente è il nostro sigillo, e il palazzo è la nostra prigione. Non puoi fuggire dal nostro destino."

Un brivido mi percorre la schiena.

Sapevo dove portava la chiave.

Mi diressi verso la grande sala principale, il cuore del palazzo. Ogni passo risuonava nell'oscurità come un presagio.

La porta antica si ergeva davanti a me. Le sue decorazioni in rilievo raffiguravano scene di battaglie e simboli sconosciuti. La mia mano tremò mentre infilavo la chiave nella serratura.

Il meccanismo scattò.

La porta si aprì con un lamento lungo e inquietante.

Dentro, una grande stanza vuota. Al centro, un altare di pietra. Sopra di esso, una lastra incisa con simboli simili a quelli sulla scatola.

Ma ciò che mi terrorizzò fu la figura in piedi accanto all'altare.

Un uomo, o almeno qualcosa che aveva la forma di un uomo. Vestito con abiti antichi, il volto in ombra, gli occhi che brillavano di una luce spettrale.

La sua voce risuonò nel silenzio.

"Benvenuta, Arabella Valiani. Sei la custode ora. Il sigillo è stato rotto. Non puoi più tornare indietro."

Un rumore sordo provenne dall'altare. La pietra incisa iniziò a vibrare. Crepe luminose si aprirono sulla sua superficie.

Un'energia antica e potente si sprigionò, riempiendo la stanza con un bagliore inquietante.

Poi la pietra si spezzò.

E qualcosa si muove al suo interno.

Indietreggiai, il fiato bloccato in gola.

L'ombra accanto all'altare si voltò verso di me.

"Ora è libero."

Le fiamme delle torce si spensero all'istante, inghiottendo la stanza nel buio assoluto.

E nel silenzio, un respiro profondo si levò dall'oscurità.


Il buio era totale. Il respiro che avevo sentito non era il mio. Non ero sola.

L'aria attorno a me si fece densa, pesante, come se qualcosa di invisibile stesso emergendo dalle crepe della pietra spezzata. Un brivido mi percorse la schiena quando un sussurro si levò nell'oscurità.

"Arabella Valiani... finalmente sei qui."

Deglutii a fatica. Il cuore mi martellava nel petto, ma costrinsi le gambe a restare salde.

«Chi sei?» chiesi, la voce appena un soffio.

Un suono gutturale, simile a un riso soffocato, riempì la stanza. Poi, lentamente, la figura accanto all'altare si fece avanti.

Quando la luce della luna filtra attraverso una fessura nel soffitto, vidi il suo volto.

Era impossibile.

Il mio avo, Domenico Valiani.

O almeno… qualcosa che aveva il suo volto.

La pelle era innaturalmente tesa, gli occhi brillavano di una luce irreale, e le labbra si piegarono in un sorriso che non aveva nulla di umano.

"Hai spezzato il sigillo."

Il suono della sua voce mi fece trasalire. Era doppia, come se più voci parlassero all'unisono.

Feci un passo indietro. Il pavimento sotto di me tremò. Dalla fenditura nell'altare fuoriusciva un'ombra liquida, densa e pulsante, come se fosse viva.

Poi, all'improvviso, si mosse.

Un getto nero si allungò verso di me, sfiorandomi la caviglia. Il contatto fu gelido, e un'ondata di immagini invade la mia mente.

Vide il passato, il momento in cui Domenico Valiani aveva costruito il palazzo. Non era stato solo un progetto architettonico, ma un rito. Le fondamenta erano state posate con un sacrificio. Un patto era stato sigillato.

E ora lo avevo rotto.

L'ombra attorno all'altare si fece più grande, strisciando lungo le pareti, ghermendo l'aria con tentacoli di oscurità.

Non potevo restare lì.

I miei tempi e corsi.

Le torce lungo il corridoio si spensero una dopo l'altra, come se qualcosa stessa inghiottendo la luce stessa.

Dietro di me, la voce di Domenico risuonò ancora.

"Non puoi sfuggire al nostro destino, Arabella."

Le scale scricchiolarono sotto il mio peso mentre mi lanciavo verso l'uscita. Ma quando raggiunsi l'androne principale, la grande porta del palazzo era chiusa.

Provai a spingerla, a forzarla, ma era come se la casa stessa fosse diventata parte del sigillo infranto.

Dietro di me, il suono si avvicinava. Qualcosa strisciava lungo le pareti, una presenza invisibile ma opprimente. Il palazzo non era più solo un luogo.

Era una prigione.

E io ne ero il nuovo custode.

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